Amati davvero, in quel modo lì. Quello che non si dice, che non si può nemmeno guardare troppo a lungo. Forse è nostalgia, forse è una carezza che non ho mai potuto dare o solo amore che non ha mai trovato casa. Sono una donna lesbica di quasi 29 anni.
E porto dentro una storia che non è mai finita.
L’ho chiusa in un angolo per anni, ma continua a pulsare. Silenziosa, ostinata. Come fanno le cose vere, quelle che ci cambiano. Ultimo anno di liceo, avevo 18 anni e il cuore ancora impigliato tra il bisogno di crescere e quello di restare invisibile. Arrivò lei, la mia insegnante di inglese. Una donna di una bellezza che spaccava l'aria, quella bellezza che persino un cieco avrebbe potuto percepire. Aveva qualcosa nei suoi occhi che non si poteva spiegare: una luce, forse, il colore, o una forma di dolcezza che non chiedeva niente, sobria, ma che dava tutto. Non ho impiegato molto per cadere nella trappola dell'innamoramento. Ogni sua lezione un appuntamento col batticuore, Ogni sua parola era un respiro che mi mancava, ogni sorriso regalato, anche il più fugace o di circostanza, era una vertigine. Ed io la guardavo, come si guarda una divinità che non sa di esserlo. Con timore, fame e gratitudine. Lei, che aveva smosso in me qualcosa che nessuno aveva mai sfiorato. Ricordo che i miei voti crollarono.
Mi dissero che ero distratta. Che ero cambiata. Ero diversa. Nessuno capiva.
Vivevo in apnea, e ogni volta che Lei mi guardava, era come tornare a respirare. L’ho amata. L’ho amata in un modo che a diciott’anni ti sembra una condanna, ma che oggi riconosco come una crudele benedizione. L'ho amata nel senso più autentico, più disperato, più impossibile del termine. Una devozione muta. Un amore che non osava chiedere, ma che urlava in ogni mio sguardo, in ogni mia domanda, in ogni mio silenzio.
E poi la gita in Spagna.
Sette giorni, un inferno dolcissimo. Sette giorni in cui il cuore mi è esploso e poi ricomposto, mille volte. Dormivo poco, mangiavo niente, la guardavo sempre.
Era amore puro e odio feroce per la realtà che mi sbatteva in faccia: la sua vita, quella vera, una vita piena, una vita ingombrante, la presenza di un marito, due figli, e la consapevolezza che non ci sarebbe stato spazio per me. Soffrivo, soffrivo, ma non volevo rinunciare e restare vicina a lei… anche solo per caso, anche solo come ombra, mi sembrava il modo più puro che avevo per dirle ti amo senza rovinarla.
Mi bastava un attimo. Un gesto. Una sua frase pronunciata tra mille. Mi bastava vederla sorridere per qualcuno. Mi bastava.
Mi accontentavo della sua presenza come ci si accontenta del sole d’inverno: non scalda del tutto, ma salva. Fu proprio in Spagna che feci il mio coming out, con Lei. In una sera tiepida, in un pub all’aperto, glielo dissi con la voce spezzata di chi teme il giudizio, il suo giudizio. Ricordo che mi ascoltò in silenzio. Ricordo il suo sguardo, pieno di quella dolcezza composta che la definiva.
Non disse molto, ma bastò. Poi è finita la scuola.
È finito il suo ruolo nella mia quotidianità.
Sono trascorsi dieci lunghi anni.
Ho vissuto, ho amato, ho sbagliato, ho imparato. Ho ricominciato mille volte.
Oggi sono una donna, più solida, più lucida.
Sto per fondare la mia azienda e ogni passo che muovo in questa nuova vita, porta anche la sua impronta. Perchè Lei, senza saperlo, ha seminato dentro di me qualcosa che continua a fiorire. Mi ha insegnato che si può entrare nella vita di qualcuno e restarci per sempre, anche senza mai toccarlo.
Che si può essere presenza, anche nell’assenza. Che si può essere musica, anche senza fare rumore. A volte, quando ritorno in ferie nel mio paese di origine, la incontro, ci salutiamo. Ci abbracciamo, quattro chiacchiere e puntualmente un "Vieni a trovarmi" e ogni volta che la guardo negli occhi, sento ancora quel battito irregolare, quel nodo dolce alla gola.
Penso che forse lo sapesse. Forse se n’era accorta. Forse aveva colto quei silenzi un po' più lunghi, quegli sguardi che duravano un secondo in più, quei sorrisi pieni di cose non dette e di poesie mai scritte. Forse aveva fatto finta di niente, perchè era più facile così, perchè certe verità, dette ad alta voce, fanno più rumore di quanto si possa sopportare.
Di non dare un nome a ciò che stava nascosto tra le righe, perché certe verità, se dette ad alta voce, diventano troppo vere. Fanno rumore. Spostano gli equilibri, turbano la quiete. Perchè alcune cose è meglio lasciarle lì, tra le pieghe morbide di qualcosa che non ha mai avuto bisogno di un nome.
Qualcosa che non chiedeva spazio, ma solo di esistere